Elezioni di metà mandato: prima calano, poi risalgono? Oltre 70 anni di dati del mercato azionario statunitense rivelano un andamento controintuitivo.

Tapbit Wire - Tapbit NewsTapbit Wire·Fonte:TheBlockBeats·
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In sintesi:

· Storicamente, il rendimento medio del mercato azionario statunitense nei 12 mesi dell’anno delle elezioni di metà mandato è solo circa il 2,9%, inferiore al 8,9% medio di tutti gli anni;

· Nei 12 mesi successivi alle elezioni di metà mandato, il rendimento medio sale al 12,4%; dal 1950, l’S&P 500 ha registrato rendimenti positivi in tutti e 19 gli anni successivi alle elezioni di metà mandato;

· Tuttavia, i test statistici non possono dimostrare che le «elezioni di metà mandato» siano la causa diretta della ripresa. La debolezza del 1974, del 2002 e del 2022 era legata piuttosto a stagflazione, alla bolla tecnologica e a rialzi aggressivi dei tassi;

· Il ciclo delle elezioni di metà mandato è quindi più utile come contesto storico per comprendere la volatilità di mercato, non come indicatore temporale per operazioni meccaniche.

Gli Stati Uniti terranno le elezioni di metà mandato il 3 novembre 2026. Con l’avvicinarsi del voto, la domanda «le elezioni di metà mandato influenzeranno le azioni statunitensi?» torna a essere molto dibattuta sui mercati.

Analizzando esclusivamente i dati storici, la risposta appare sorprendente: gli anni delle elezioni di metà mandato sono solitamente difficili da sopportare, ma una volta superate le elezioni, le azioni statunitensi spesso performano nettamente meglio.

Ciò che merita davvero attenzione non è però che «le azioni debbano necessariamente salire dopo le elezioni», bensì un livello più profondo di interrogativi: fino a che punto il ciclo politico determina effettivamente il mercato, o semplicemente coincide con cicli economici, dei tassi d’interesse e degli utili?

Gli anni delle elezioni di metà mandato sono spesso il più difficile del ciclo quadriennale.

Da tempo esiste sul mercato il cosiddetto «fenomeno del ciclo elettorale presidenziale».

In breve, nel quadriennio di un presidente statunitense, il secondo anno coincide con le elezioni di metà mandato ed è storicamente caratterizzato da rendimenti medi relativamente deboli e maggiore volatilità; il terzo anno, ovvero il primo dopo le elezioni di metà mandato, è invece solitamente uno dei più forti del ciclo quadriennale.

Dati storici raccolti da Certuity mostrano inoltre che, dal 1932, il rendimento medio dell’S&P 500 negli anni delle elezioni di metà mandato è stato circa il 5,8%. Più significativa è la volatilità: nell’anno precedente le elezioni di metà mandato, il drawdown massimo medio del mercato è stato vicino al 19%. Ciò significa che, anche se l’anno si chiude in rialzo, il percorso può comunque includere cali molto severi.

Analizzando 31 cicli elettorali di metà mandato dal 1900 al 2025, U.S. Bank ha ottenuto risultati simili: nei 12 mesi precedenti le elezioni di metà mandato, il rendimento medio del mercato azionario statunitense è stato solo del 2,9%, ben al di sotto del 8,9% medio di tutti gli anni campionati.

Questo significa che la caratteristica più rilevante degli anni delle elezioni di metà mandato potrebbe non essere che «crolleranno inevitabilmente», ma piuttosto che i rendimenti sono inferiori, i drawdown più profondi e l’esperienza per gli investitori peggiore.

Ciò che è davvero insolito è questo: dopo le elezioni, il mercato si rafforza rapidamente.

Rispetto alla debolezza pre-elettorale, le performance storiche post-elettorali sono molto più forti.

I dati della U.S. Bank mostrano che, nei 12 mesi successivi alla conclusione delle elezioni di metà mandato, il mercato azionario statunitense è aumentato in media del 12,4%; se si considerano solo i cicli dal 1980, il guadagno medio sale fino al 17,5%.

Calcolato a partire dal 1950, questo schema appare ancora più marcato: nelle 19 elezioni di metà mandato fino al 2022, l’indice S&P 500 ha registrato rendimenti positivi nei 12 mesi successivi al giorno delle elezioni, con un guadagno mediano di circa il 14,5%.

Anche i dati di Fidelity indicano che il secondo anno del mandato presidenziale ha storicamente prodotto i rendimenti medi più deboli, mentre il terzo anno, dopo la conclusione delle elezioni di metà mandato, ha mostrato un chiaro miglioramento delle performance medie; questa differenza non è stata costantemente associata alla vittoria di alcun partito politico specifico.

Il 2022 è stato un caso tipico.

Quell’anno la Federal Reserve ha stretto la politica monetaria al ritmo più rapido in decenni, l’S&P 500 è sceso progressivamente e, verso metà ottobre, ha toccato il minimo annuale, poche settimane prima delle elezioni di metà mandato dell’8 novembre. Nei 12 mesi successivi, le azioni statunitensi hanno nuovamente ottenuto rendimenti a due cifre, raggiungendo infine un nuovo massimo storico all’inizio del 2024.

In superficie, ha replicato perfettamente lo schema storico «calo prima delle elezioni, rialzo dopo».

Ma è proprio qui che risiede il problema.

Le elezioni di metà mandato hanno davvero innescato il rialzo?

Non necessariamente.

Confrontando il 1974, il 2002 e il 2022 emerge chiaramente che diversi anni di elezioni di metà mandato particolarmente deboli ebbero spiegazioni macroeconomiche più dirette rispetto alle elezioni stesse.

Nel 1974 gli Stati Uniti vivevano una fase di stagflazione e recessione; nel 2002 lo scoppio della bolla tecnologica continuava a colpire i mercati; nel 2022, l’alta inflazione e gli aumenti rapidi dei tassi da parte della Fed hanno compresso le valutazioni.

La U.S. Bank ha rilevato, nei suoi dati statistici su 31 cicli elettorali di metà mandato, che 11 fasi deboli erano associate a shock inflazionistici, aumenti dei tassi, guerre, tensioni finanziarie o deterioramento economico. Più importante, analisi statistiche sul campione non hanno trovato prove sufficientemente stabili a sostegno dell’ipotesi che le «elezioni di metà mandato» influenzino sistematicamente i rendimenti azionari.

Infatti, rimuovendo semplicemente i casi estremi come il 1974, il 2002 o il 2022, la significatività statistica della differenza di rendimento intorno agli anni elettorali si indebolisce notevolmente.

Ciò significa che il cosiddetto «rialzo post-elezioni di metà mandato» potrebbe, almeno in parte, derivare da un altro meccanismo: spesso il mercato ha già subito un aggiustamento economico, una stretta monetaria o una compressione delle valutazioni prima delle elezioni, e i forti rendimenti successivi vengono calcolati a partire da una base di prezzi più bassa.

In altri termini, piuttosto che dire che la fine delle elezioni «ha creato» il rialzo, è più corretto affermare che il ciclo politico talvolta coincide casualmente con il punto di svolta del ciclo macroeconomico.

Perché un rimbalzo resta probabile anche dopo la conclusione delle elezioni?

Una spiegazione comune data dai mercati è: diminuisce l’incertezza.

Prima delle elezioni, gli investitori devono valutare contemporaneamente diversi scenari possibili, inclusi fiscalità, spesa pubblica, regolamentazione e politiche commerciali; una volta resi noti i risultati elettorali, sebbene le future politiche non siano completamente definite, lo spettro di possibilità inizia a restringersi.

Fidelity lo sintetizza così: il mercato non opera necessariamente su un esito elettorale specifico, ma reagisce alla riduzione dell’incertezza politica.

Il secondo motivo è più meccanico.

Se già si è verificato un calo relativamente ampio nell’anno delle elezioni di metà mandato, i 12 mesi successivi alle elezioni partono naturalmente da un livello più basso. Una base ridotta e la tendenza al ritorno alla media amplificheranno, in parte, i rendimenti successivi.

Pertanto, «debole prima delle elezioni» e «forte dopo le elezioni» non vanno considerati come fenomeni separati: la forza nella seconda metà è molto probabilmente in parte dovuta all’aggiustamento avvenuto nella prima.

Governi divisi o governi uniti? I dati non offrono una risposta chiara.

Un altro quesito frequente è se il mercato azionario traggano vantaggio quando Congresso e Casa Bianca sono controllati da partiti diversi.

I dati storici non forniscono una risposta stabile.

U.S. Bank ha analizzato diverse combinazioni di controllo politico dal 1948, rilevando che nei periodi in cui un solo partito controllava sia la Casa Bianca sia il Congresso, il rendimento medio trimestrale dell’S&P 500 era circa del 2,42%; quando invece i poteri erano divisi tra partiti diversi, era circa del 2,17%, con una differenza complessiva non statisticamente significativa.

Ciò dimostra anche che convertire direttamente «governo diviso» o «governo unito» in segnali rialzisti o ribassisti non è sufficientemente supportato.

Gli esiti politici possono certamente influenzare in modo significativo settori specifici — come energia, sanità, finanza e difesa — poiché modifiche alle aliquote fiscali, alla regolamentazione e alla spesa pubblica alterano le aspettative sugli utili societari; tuttavia, gli effetti normativi a livello settoriale non implicano che si possa dedurre direttamente la direzione generale dell’S&P 500.

Come interpretare il «record perfetto» di oltre 70 anni?

«Dal 1950, l’S&P 500 è salito in tutti e 19 i casi nei 12 mesi successivi alle elezioni di metà mandato» è sicuramente una statistica molto impressionante.

Tuttavia presenta un problema facilmente trascurabile: 19 casi restano pur sempre soltanto 19 campioni.

Inoltre, spostando il punto di partenza dei dati o modificando la finestra osservata, sia il tasso di successo sia il rendimento medio cambiano. Il motivo per cui diversi istituti riportano guadagni medi post-elettorali del 12%, 14%, 16% o anche superiori dipende in larga misura da differenze nelle date di inizio e fine, nelle definizioni degli indici e nell’inclusione o meno dei dividendi.

Di conseguenza, l’informazione reale fornita da questo schema storico non è che «si può acquistare subito dopo la chiusura delle votazioni a novembre».

Un’interpretazione più ragionevole è che la volatilità di mercato intorno alle elezioni di metà mandato, storicamente, non tende a protrarsi troppo a lungo e che le variabili fondamentali che determineranno la tendenza successiva torneranno comunque a essere crescita economica, inflazione, tassi d’interesse e utili societari.

Gli eventi politici possono generare incertezza a breve termine, ma ciò che il mercato prezza nel lungo periodo rimangono i flussi di cassa e i fondamentali macroeconomici.

Da questo punto di vista, ciò che vale davvero la pena osservare riguardo alle elezioni di metà mandato del 2026 non è se l’S&P 500 salirà immediatamente dopo la chiusura delle votazioni in una data precisa, bensì la situazione dell’economia statunitense, dei tassi d’interesse e degli utili societari in quel momento.

Lo schema storico «debole prima delle elezioni, forte dopo» esiste effettivamente, ma assomiglia più a un fenomeno di mercato da comprendere che a un orologio su cui operare meccanicamente.